Storia del presepio:

il presepio nella storia dell'arte
 
 
 
 

 

di Luigi Senise del 23/12/2008

     Nella storia dell’arte la Natività di Cristo è un tema ampiamente rappresentato. Come non tenere a mente Giotto quando dipinse nella cappella Scrovegni a Padova Maria Vergine quasi distesa che protegge con le sue mani il Bimbo, guardandolo con un velo di malinconia, forse presagendone la futura passione, nonché Caravaggio, che tre secoli dopo ne riprende la rara iconografia – poiché solitamente la Madre è seduta, in piedi, o genuflessa – nella Natività di Messina.
 
     Parallelamente alla figurazione della Nascita di Cristo s’è sviluppata la medesima immagine nella articolazione scenica del presepio. La derivazione iconografica della Sacra Famiglia, colta nel momento decisivo per la storia devozionale dell’umanità (ancorché della pittura e della scultura), si sostanzia nel presepio, arte minore solo nominalmente, che nasce nel 1223, quando Francesco d’Assisi a Greccio ricrea la nascita del Redentore con personaggi viventi, salvo il Bimbo, che miracolosamente prende vita dalla statua che lo ricordava proprio fra le braccia del Poverello.
 
     Da quell’evento caduto nella notte di vigilia del 24 dicembre nacque la tradizione del presepe, che nelle statue mobili di Arnolfo di Cambio, scolpite attorno al 1298, e oggi conservate nel museo della chiesa romana di Santa Maria Maggiore, vide la prima rappresentazione, che sconfinò poi ancora nella chiese ma soprattutto nelle case nobili, negli anni a venire, rimanendo tuttavia arte d’elite (il presepio richiedeva tempo, spazio, denaro), finché alla fine del 1500, San Roberto Caracciolo, a Napoli, a l fine di ricordare come Cristo nascesse nuovamente “qui e ora”, tra le gente, per le strade, suggerì di ambientare la sua nascita appunto per i vicoli, meglio se popolari, della città partenopea. Cosicché il presepio prese le mosse non solo come memoria attualizzata della Natività (nonché il relativo sacrificio della morte con la gloria della resurrezione) di Cristo stesso ma anche come macchina scenica per rendere con effimero e colto a un tempo realismo la vita quotidiana della città.
 
     Ben presto poi alcune figure divennero modelli consolidati, che virarono la devozione più o meno popolare in cronaca di folclore. In tal senso per esempio è splendido constatare come l’oste, l’orbo, l’ubriaco, il dignitario turco, il carretto trainato dai buoi, che traversa il ponticello, siano personaggi riscontrabili nei più celebri presepi italiani. Da quelli permanenti delle chiese romane (che non hanno nulla da invidiar ai presepi napoletani) dei SS. Cosma e Damiano, e di Santa Maria in Via: questo oltretutto costruito dall’Associazione “Amici del presepio”, che ricrea sulla scorta degli acquerelli ottocenteschi di Ettore Rosler Franz “Roma sparita”, fino ai presepi napoletani, il “Cuciniello” (dall’omonimo architetto di fine Ottocento che lo ideò), il “Riccardi”, il “Perrone” (ancora dai nomi dei loro possessori e creatori), oggi tutti visitabili nella Certosa di San Martino, a Napoli.
 
     Ricordiamo pertanto da ultimo la folcloristica figura del carretto trainato dai buoi che transita sopra il ponte: questa non è altro che la rappresentazione della morte: il ponte è il passaggio, il Trapasso, per intenderci, mentre i buoi sono reminiscenza delle barozze, le carrette con cui si portavano i feretri di coloro che avevano lasciato il nostro mondo verso – come è d’obbligo inserire nel presepio – un dimensione di serenità, come rappresenta il cielo plumbeo che sovrasta la scena, rischiarato dal bagliore dell’eterno spirito.