Diabete: a Torino record negativo per il Nord Italia

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Nella Città metropolitana piemontese risiedono quasi 121 mila persone con diabete, il 5,3 per cento della popolazione censita; dagli esperti un invito alle amministrazioni cittadine a farsi carico della promozione della salute e della prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili come diabete e obesità Fa tappa a Torino il programma Cities Changing Diabetes®, l’iniziativa realizzata in partnership tra University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, con il contributo di Novo Nordisk, che coinvolge Istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, con l’obiettivo di evidenziare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute dei cittadini e prevenire la malattia. L’occasione è data dalla seconda edizione del Forum “Sustainable cities promoting urban health”, organizzato dall’Ambasciata di Danimarca in collaborazione con la Città di Torino e con il patrocinio di Istituto superiore di sanità, SDU-National Institute of Public Health di Danimarca, ANCI Associazione nazionale comuni italiani, la corrispondente associazione danese KL, Health City Institute, Danish Healthy Cities network, Municipalità e Università di Aalborg. Nell’anno in cui Roma, capitale d’Italia, è entrata a far parte del programma Cities Changing Diabetes® insieme alle metropoli già coinvolte dal 2014 ad oggi – Houston, Copenhagen, Tianjin, Shanghai, Vancouver, Johannesburg e Città del Messico – per costituire un laboratorio di ricerca real world, volto a comprendere come l’ambiente urbano favorisca l’insorgenza del diabete di tipo 2 e le sue complicanze, Torino, prima capitale dello Stato italiano, ospita quest’importante conferenza sul più che attuale tema della salute nelle città e del rapporto tra urbanizzazione e malattie croniche non trasmissibili, come appunto diabete e obesità. La scelta del capoluogo piemontese non è frutto del caso. Infatti, nell’area della città metropolitana di Torino risiedono, secondo le elaborazioni di Health City Institute su dati ISTAT, circa 121 mila persone con diabete. Torino occupa, in termini assoluti, la quarta piazza nella graduatoria della città metropolitane italiane per popolazione residente colpita dalla malattia – dopo Roma, Napoli e Milano. Tuttavia è di gran lunga al primo posto tra quelle del Nord Italia in termini percentuali. Paragonandola, ad esempio, alla vicina Milano, che la precede nella classifica con poco più di 144 mila residenti con diabete su oltre 3,2 milioni di abitanti – 4,5 per cento della popolazione -, le persone con diabete dell’area metropolitana torinese corrispondono al 5,3 per cento dei quasi 2,3 milioni di residenti. “Nel 1960 un terzo della popolazione mondiale viveva nelle città. Oggi si tratta di più della metà e nel 2050 sarà il 70 per cento. Allo stesso tempo, circa 400 milioni di persone soffrono di diabete e si prevede un aumento fino a 600 milioni nel 2035”, dice Erik Vilstrup Lorenzen, Ambasciatore di Danimarca. “Il compito è chiaro: per combattere il diabete è necessario aumentare l’attenzione sulla salute e sullo sviluppo urbano in modo da creare ‘città vivibili’. In breve, dobbiamo creare un ambiente urbano che promuova la salute come una parte fondamentale dell’infrastruttura e delle funzioni delle città. In Danimarca abbiamo una grande esperienza nel rendere le città più vivibili, grazie a un approccio multidisciplinare che coinvolge molti stakeholder: la società civile, l’ente di edilizia residenziale pubblica, la scuola, le associazioni di pazienti e tanti altri”. “La nostra città – dichiara la Sindaca di Torino, Chiara Appendino – è lieta di ospitare la seconda edizione di questo forum internazionale dedicato alla promozione della salute in contesto urbano. Quello della tutela della salute, insieme alla salvaguardia dell’ambiente, rappresenta una priorità anche per le politiche di chi è chiamato ad amministrare le città, soprattutto quando si tratta di centri a dimensione di metropoli. Come amministratori pubblici dobbiamo sempre tener conto – aggiunge Chiara Appendino – che ogni scelta, ogni intervento in tema di urbanistica, di viabilità, di welfare o in altri ambiti, deve essere attuato facendo in modo che qualunque sia lo scopo del provvedimento, esso si integri con l’obiettivo di garantire maggiore benessere alla comunità cittadina, anche dal punto di vista della tutela della salute”. Per la Sindaca Appendino è anche “molto importante che i Comuni assicurino collaborazione e sostegno a enti e istituzioni che investono in ricerca e svolgono attività di informazione e sensibilizzazione su cure, modalità di prevenzione e sulla promozione di stili di vita corretti, che possano contribuire a ridurre la possibilità di ammalarsi”. Oltre 3 miliardi di persone nel mondo vivono oggi in città metropolitane e megalopoli: Tokyo ha 37 milioni di abitanti, Nuova Delhi 22 milioni, Città del Messico 20 milioni. 10 anni fa, per la prima volta nella storia dell’Umanità, la popolazione mondiale residente in aree urbane ha superato la soglia del 50 per cento e questa percentuale è in crescita, come indicano le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità. Nel 2030, 6 persone su 10 vivranno nei grandi agglomerati urbani, nel 2050 7 su 10. “È una tendenza che, di fatto, in questi ultimi 50 anni sta cambiando il volto del nostro pianeta e che va valutata in tutta la sua complessità. Grandi masse di persone si concentrano nelle grandi città, attratte dal miraggio del benessere, dell’occupazione e di una qualità di vita differente, e la popolazione urbana mondiale cresce anno dopo anno”, spiega Roberto Pella, Vicepresidente vicario ANCI. “Le città stesse ed il loro modello di sviluppo devono essere quindi oggi in prima linea nella lotta contro le criticità connesse al crescente inurbamento e, ovviamente, la salute pubblica occupa fra queste un posto di primaria importanza”, aggiunge. Un esempio concreto del ruolo attivo e positivo delle amministrazioni cittadine su questo versante viene dalla Danimarca. “Gli sforzi destinati alla promozione della salute e della prevenzione delle malattie hanno subito un significativo miglioramento, se non altro dal punto di vista della professionalità, da quando sono diventate, a partire dal 2007, responsabilità delle municipalità”, dice Tine Curtis, Direttore del centro di prevenzione di KL, l’associazione dei comuni danesi. “Oggi, gli interventi sono concentrati sui fattori di rischio che hanno il maggiore impatto sulla salute pubblica, come gli stili di vita, si basano sulle evidenze acquisite e sono implementati con grande qualità. Nelle nostre città, la salute pubblica costituisce una responsabilità condivisa da tutti e coinvolge la pianificazione urbana, ma anche gli asili nido, i programmi doposcuola e le aree sociali e dell’occupazione. Le politiche e le pianificazioni locali e nazionali su educazione, lavoro e ambiti residenziali, sono riconosciuti come elementi prioritari nella promozione della salute”. Un filo sottile ma evidente lega il fenomeno dell’inurbamento alla crescita di malattie come il diabete. Esiste infatti una suscettibilità genetica a sviluppare la malattia, cui si associano fattori ambientali legati allo stile di vita. Oggi, vive nelle città il 64 per cento delle persone con diabete, l’equivalente di circa 246 milioni di persone, ma il numero è destinato a crescere. La principale arma a disposizione per frenare questa avanzata è la prevenzione, attraverso la modifica di quei fattori ambientali, educativi e culturali che la favoriscono. Per questo motivo è nato Cities Changing Diabetes®. “Il programma non nasce con lo scopo di sostituirsi o di soppiantare il considerevole lavoro già in atto, in tutto il mondo, per affrontare il tema del diabete nelle città. Specialisti, accademici, istituzioni e comunità conoscono molto bene il problema”, chiarisce Steffen Nielsen, Director Cities Changing Diabetes di  Novo Nordisk A/S. “L’obiettivo è di dar vita a un movimento di collaborazione internazionale in grado di unire le forze per proporre e trovare attraverso l’analisi delle best practice soluzioni per affrontare il crescente numero di persone con diabete e obesità nel mondo, e il conseguente onere economico e sociale, partendo dal tessuto e dal vissuto urbano che tanta parte sembra avere in questo fenomeno”, dice ancora.

a cura della redazione