Diabete: il circolo vizioso della vita in città

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Vivere in città influisce non solo sulla diffusione del diabete, ma anche sulla prevenzione, sul benessere e sul controllo della malattia; questo è quanto emerge da uno studio del Censis, condotto all’interno del programma internazionale Cities Changing Diabetes, che ha analizzato gli aspetti culturali e sociali, come livello di istruzione, reddito, luogo di residenza, cultura del cibo, mezzi utilizzati per gli spostamenti abituali, per studiare la diversa vulnerabilità al diabete dei cittadini romani

L’analisi è presentata in occasione della terza edizione del Forum “Sustainable cities promoting urban health”

Dai politici un invito alle amministrazioni cittadine a farsi carico di politiche sanitarie, culturali e sociali per combattere il diabete e le altre malattie croniche non trasmissibili

Roma, 4 dicembre 2018 – “Salutisti da contesto”, “anziani medicalizzati”, “cittadini fatalisti”, “giovani preoccupati ma indisciplinati”. Queste sono le quattro “tribù” di persone con diabete tipo 2, che percepiscono e vivono la malattia in maniera diversa nell’area metropolitana di Roma, individuate dall’analisi qualitativa condotta dal Censis, all’interno del programma internazionale Cities Changing Diabetes e presentata in occasione della terza edizione del Forum “Sustainable cities promoting urban health”. Il Forum italo-danese è organizzato dall’Ambasciata di Danimarca in collaborazione con il Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’Intergruppo parlamentare “Qualità di vita nelle città”, ANCI-Associazione nazionale comuni italiani e Health City Institute.

Lo studio, realizzato in collaborazione con SID – Società Italiana di Diabetologia e AMD – Associazione Medici Diabetologi, ha preso in considerazione diversi aspetti sociali, come il reddito e il luogo di residenza e diversi determinanti culturali, come le tradizioni e l’istruzione, e ha denominato i quattro gruppi sulla base del modo in cui questi  aspetti influiscono sulla vita.

Tra chi vive in prevalenza fuori Roma sono stati individuati i “salutisti da contesto”, così denominati perché accomunati dall’attenzione per uno stile di vita sano che essi stessi collegano alle caratteristiche del luogo di vita. Le persone appartenenti a questo gruppo si muovono infatti prevalentemente a piedi per raggiungere i luoghi che frequentano abitualmente e sono attenti all’alimentazione, attribuendo uno scarso peso alla dimensione culturale tradizionale del cibo. Hanno un diabete ben controllato, al contrario degli appartenenti all’altro gruppo di residenti fuori Roma, “gli anziani medicalizzati”, che sono caratterizzati da un’età più avanzata. Questi ultimi invece, sempre al contrario dei primi, si muovono prevalentemente in macchina e danno valore agli aspetti culturali tradizionali del cibo. Esprimono una grande fiducia nei confronti del medico e della terapia farmacologica, dettaglio che ha contribuito alla scelta del nome, ma la frequenza al Centro di diabetologia è la meno assidua tra tutti e quattro i gruppi, tanto che il 41,7 per cento si reca al Centro diabetologico una volta l’anno o meno. Gli appartenenti a entrambi i gruppi hanno mediamente un livello di istruzione medio-basso e dichiarano di essere ben informati sulla loro malattia.

Gli altri due gruppi vivono in prevalenza a Roma città; “i cittadini fatalisti”, denominati così perché convinti che avere il diabete non dipenda da loro e non credono che adottare uno stile di vita sano possa fare la differenza e “i giovani preoccupati ma indisciplinati”, caratterizzati dalla giovane età e dal fatto di dichiararsi preoccupati e condizionati dalla malattia. Gli appartenenti a entrambi i gruppi si muovono prevalentemente in macchina e non sono sempre attenti all’alimentazione, ma oltre il 70 per cento de “i cittadini fatalisti” si reca al Centro di diabetologia una volta ogni 3-6 mesi e oltre il 62 per cento de “i giovani preoccupati ma indisciplinati” ogni 3 mesi. Questo dato fa supporre che la differenza di frequenza sia frutto anche della facilità di accesso ai servizi, in quanto residenti nella città di Roma. Hanno anche, in media,  un livello di istruzione medio-alto e un diabete ben controllato.

“Le caratteristiche dei gruppi emerse dallo studio mettono in luce la rilevanza delle dimensioni sociali e culturali e il modo in cui esse influenzano il vissuto di malattia e l’esperienza del diabete dei pazienti che vivono nei vari territori dell’area metropolitana di Roma”, afferma Ketty Vaccaro, responsabile Area Salute e welfare Fondazione Censis e coordinatore di Roma Cities Changing Diabetes. “Uno dei risultati più importanti attiene al peso del luogo di vita rispetto alle possibilità di gestione della malattia: insieme ai fattori sociali e psicologici, sono emersi ostacoli alla prevenzione, al benessere e al controllo della malattia legati alla dimensione urbana e al contesto di vita, che hanno bisogno di essere necessariamente affrontati con politiche multidimensionali e non solo sanitarie”, conclude.

Cities Changing Diabetes è un progetto nato quattro anni fa in Danimarca e promosso dall’University College London (UCL) e dal danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore. Questo progetto ha già coinvolto metropoli come Beirut, Buenos Aires, Città del Messico, Copenaghen, Giacarta, Hangzhou, Houston, Johannesburg, Kōriyama, Leicester, Merida, Pechino, Shanghai, Tianjin, Vancouver e Xiamen. La prima città italiana ad aver aderito è Roma, la metropoli con il maggior numero assoluto di persone con diabete nel nostro Paese, ben 286.500 persone, , con una prevalenza che va dal 5,9 per cento al 7,3 per cento della popolazione a seconda del distretto sanitario di residenza.

Il grande lavoro effettuato sulla capitale che prosegue ormai da due anni, ha spinto anche Milano a candidarsi City Changing Diabetes 2019 per rafforzare il suo costante impegno nell’Urban Health, iniziato con EXPO 2015 e con importanti iniziative istituzionali.

Nelle città aderenti al programma Cities Changing Diabetes i ricercatori si impegnano a individuare le aree di vulnerabilità, i bisogni insoddisfatti delle persone con diabete e identificare le politiche di prevenzione più adatte e come migliorare la rete di assistenza. Il tutto nella piena collaborazione tra le diverse parti coinvolte”, spiega Andrea Lenzi, Presidente del Comitato di Biosicurezza, Biotecnologie e Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri e Presidente dell’Health City Institute, organismo, quest’ultimo, che coordina il progetto in Italia. “L’obiettivo del programma è quello di creare un movimento unitario in grado di stimolare, a livello internazionale e nazionale, i decisori politici a considerare prioritario l’urban diabetes, il fenomeno che vede le città protagoniste e in parte responsabili del crescente aumento del numero di persone con diabete e di conseguenza in prima linea nella lotta alla malattia”, aggiunge.

“Nel 1960 un terzo della popolazione mondiale viveva nelle città. Oggi si tratta di più della metà e nel 2050 sarà il 70 per cento. Allo stesso tempo, oltre 400 milioni di persone soffrono di diabete e si prevede un aumento fino a 600 milioni nel 2035”, dice Erik Vilstrup Lorenzen, Ambasciatore di Danimarca. “Il compito è chiaro: per combattere il diabete è necessario aumentare l’attenzione sulla salute e sullo sviluppo urbano in modo da creare ‘città vivibili’. In breve, dobbiamo creare un ambiente urbano che promuova la salute come una parte fondamentale dell’infrastruttura e delle funzioni delle città. In Danimarca abbiamo una grande esperienza nel rendere le città più vivibili, grazie a un approccio multidisciplinare che coinvolge molti stakeholder: la società civile, l’ente di edilizia residenziale pubblica, la scuola, le associazioni di pazienti e tanti altri”.

Oltre 3 miliardi di persone nel mondo vivono oggi in città metropolitane e megalopoli: Tokyo ha 37 milioni di abitanti, Nuova Delhi 22 milioni, Città del Messico 20 milioni. 10 anni fa, per la prima volta nella storia dell’Umanità, la popolazione mondiale residente in aree urbane ha superato la soglia del 50 per cento e questa percentuale è in crescita, come indicano le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità. Nel 2030, 6 persone su 10 vivranno nei grandi agglomerati urbani, nel 2050 7 su 10.

“Grandi masse di persone si concentrano nelle metropoli, attratte dal miraggio del benessere, dell’occupazione e di una qualità di vita differente, modificando profondamente il proprio stile di vita e introducendo minacce per la salute”, spiega Roberto Pella, co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulla qualità della vita nelle città. “La principale arma a disposizione per far fronte a questo crescente problema è la prevenzione, attraverso la modifica di quei fattori ambientali, educativi e culturali che la favoriscono. L’Italia non fa eccezione, infatti, il 36 per cento della popolazione del Paese, di cui circa 1,2 milioni con diabete, risiede nelle 14 Città Metropolitane. Per questo motivo, anche noi dobbiamo essere in prima linea nello studio di queste dinamiche correlate alla salute e per questo è necessario che nella discussione di questi giorni alla Camera sulla Manovra, così come in quella dei prossimi mesi a Bruxelles durante la definizione del Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027 dell’UE, la salute pubblica, intesa come bene comune da promuovere nelle nostre città, trovi uno spazio adeguato di dibattito e un percorso coerente e concreto di sviluppo,” conclude.

a cura della redazione