ISPI Focus – Gerusalemme capitale? La scelta di Trump

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FOCUS

GERUSALEMME CAPITALE?
LA SCELTA DI TRUMP

È attesa oggi la dichiarazione ufficiale del presidente Trump sul riconoscimento da parte degli Stati Uniti di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele. L’annuncio, trapelato già nei giorni scorsi, ha sollevato polemiche e preoccupazione sia da parte degli alleati europei, sia da parte dei paesi arabi, della Turchia e dell’Iran. Oltre alla portata simbolica di tale gesto, si teme infatti che la mossa possa riaccendere le tensioni e la violenza in una delle aree più tormentate al mondo. Se Gerusalemme era stata già riconosciuta come capitale di Israele dal Congresso degli Stati Uniti nel 1995, la formalizzazione di tale riconoscimento con il trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme è stata di fatto sino ad oggi sempre rimandata. Dal 1995, infatti, tutti i presidenti in carica hanno rinnovato ogni sei mesi il “Presidential Waiver” che sospende la legge del Congresso.

una città “sospesa” …E CONTESA

Città santa per eccellenza, sede dei luoghi sacri ai tre monoteismi, Gerusalemme vive, di fatto, una condizione sospesa. La rilevanza simbolica della città per la variegata popolazione che la abita, unitamente alla sua storia peculiare e agli interessi delle potenze regionali che qui confluiscono, ha reso complessa la ricerca di una cornice giuridica condivisa sul suo status. Israele rivendica l’intera città che, secondo il diritto israeliano, è già capitale de facto dello stato di Israele. Allo stesso tempo, nella prospettiva di una soluzione a due stati, l’Autorità nazionale palestinese (Anp) continua a rivendicare almeno Gerusalemme est come capitale di un futuro Stato di Palestina. A nulla sono valsi i numerosi tentativi della diplomazia di porre un rimedio alla questione: i complessi negoziati fra Israele da una parte e Anp e Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) dall’altra, non hanno mai portato a un accordo stabile. Nemmeno la Conferenza di Madrid del 1991 e gli accordi di Oslo del 1993, che pure avevano acceso un barlume di speranza, hanno sortito risultati condivisi. Se l’amministrazione dei luoghi sacri è stata finora regolamentata da accordi ad hoc tra le varie parti coinvolte, il quadro generale resta ancora indefinito. Il Piano di partizione della Palestina fra uno Stato palestinese e uno ebraico formalizzato nella risoluzione 181 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite al termine della Seconda guerra mondiale (29 novembre 1947) prevedeva di trasformare Gerusalemme in una città “internazionalizzata”, ovvero soggetta al controllo internazionale a guida Onu. Il piano fu accolto, con alcune eccezioni, da parte ebraica, e respinto sia dai palestinesi che dai paesi arabi. Con la fine del protettorato britannico sulla Palestina (14 maggio 1948) e la contestuale proclamazione unilaterale della nascita dello Stato di Israele, il Piano di partizione fallisce definitivamente. Gerusalemme viene divisa in due zone – una israeliana (Ovest) e una sotto il controllo giordano (Est) – fino a quando, in seguito alla guerra dei sei giorni del 1967, Israele acquisisce il controllo dell’intera città. Con la cosiddetta Jerusalem Law, “legge fondamentale” promulgata dalla Knesset nel 1980, Gerusalemme “unita e indivisibile” viene proclamata capitale ufficiale di Israele e sede di tutti gli organi istituzionali dello Stato. Malgrado ciò, nel 1980 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite invita la comunità internazionale a stabilire le rappresentanze diplomatiche con Israele nella città di Tel Aviv (Ris.478). Nel 1988, la dichiarazione di indipendenza della Palestina proclamata dall’OLP stabilisce che Gerusalemme è la capitale dello Stato palestinese. Nel 2000, l’ANP dichiara Gerusalemme Est territorio occupato, e come tale è attualmente riconosciuta anche dall’ONU e dai principali paesi occidentali.

Perché lo spostamento?

Nella decisione di riconoscere Gerusalemme quale capitale dello Stato di Israele malgrado il parere negativo di consiglieri e paesi alleati, troviamo in parte le motivazioni che fino a qui sono sembrate determinare il “metodo Trump”: la volontà di dare attuazione a promesse elettorali tutte le volte in cui il presidente gode di sufficiente margine di manovra – in un contesto in cui invece la più ampia azione politica è paralizzata dalle dinamiche politiche interne al Congresso – e la volontà di marcare una differenza rispetto all’operato del suo predecessore Obama. Tuttavia, questi due elementi da soli non sono sufficienti a spiegare il perché di una decisione all’apparenza incomprensibile e le cui conseguenze risultano al momento imponderabili. Un ulteriore elemento che va inserito nel quadro è il fatto, sottolineato da molti analisti, che la politica dell’amministrazione Trump su Israele e Palestina non sembrerebbe essere nelle mani del dipartimento di Stato – del resto già ampiamente marginalizzato anche nei dossier di sua competenza – bensì di tre membri della cerchia ristretta attorno a Trump: Jared Kushner (genero del presidente), Jason Greenblatt (già consigliere di Trump su Israele e attuale Inviato speciale per i negoziati internazionali) e David Friedman (ambasciatore Usa in Israele). L’impostazione dei tre si caratterizza per una forte vicinanza all’attuale leadership israeliana, tanto da avere messo in cantiere un piano di pace che viene considerato penalizzante nei confronti della controparte palestinese (si veda ultimo punto). La reale possibilità che tale piano veda davvero la luce, e soprattutto venga accettato, è però al momento molto esigua. Da qui la probabile volontà da parte di Trump di “forzare la mano” con il riconoscimento unilaterale di Gerusalemme capitale e il via libera di fatto all’espansione degli insediamenti israeliani nella West Bank.

Quali conseguenze?

Difficile allo stato attuale comprendere le conseguenze della decisione di Trump. Le dichiarazioni precedenti al suo annuncio lasciano presagire la possibilità di una reazione violenta da parte di alcune frange palestinesi, tanto da far pensare a una possibile nuova intifada. Le ricadute politiche sono altrettanto preoccupanti. Trump si è mosso nelle scorse ore per cautelarsi da reazioni eccessive: ha chiamato il leader palestinese Mahmoud Abbas, il re giordano Abdullah e il presidente egiziano al-Sisi. Da queste consultazioni è emerso chiaramente che la decisione statunitense avrà il risultato di bloccare a tempo indeterminato il negoziato tra israeliani e palestinesi. Il premier turco Erdogan è stato il più duro asserendo che gli Usa “valicherebbero una linea rossa”, e ventilando l’ipotesi di rompere le relazioni con Israele. Tutte le prudenze della decisione di Trump, compresa la proroga del trasferimento dell’ambasciata e la mancata definizione di un calendario preciso, potrebbero lasciare aperte le prospettive di Gerusalemme Est come futura capitale palestinese. Ciò consentirebbe di continuare a portare avanti la propria visione di politica estera senza forti conseguenze nell’immediato. Allo stato attuale, dunque, la decisione di Trump appare come una sorta di azzardo, forse l’ennesimo da parte di un presidente che in questi mesi ha dimostrato di preferire questo approccio a quello della politica negoziata. Se la decisione di Trump si concretizzasse, finirebbe per giovarne l’Arabia Saudita, che al momento appare più interessata a mantenere buone relazioni con Israele al fine di contrastare l’Iran, che non a difendere i simbolismi della Città Santa. Inoltre, la mossa di Trump contribuirebbe a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica interna e internazionale dai numerosi problemi che il presidente sta incontrando, non ultima l’inchiesta sui rapporti con la Russia che in questi giorni sembra aver registrato la prima svolta.

Qual è il piano di Trump
per il processo di pace?

La decisione del presidente Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme apre nuovi interrogativi sul processo di pace in Medio Oriente. Prima delle elezioni, l’allora candidato Trump scelse di inserire tra i punti programmatici della sua campagna elettorale la questione del processo di pace tra Israele e l’Anp. Nel corso del primo anno di presidenza, sono trapelate molte indiscrezioni, ma non vi sono state dichiarazioni ufficiali sul percorso che gli USA intendono seguire per giungere a degli accordi condivisi. Nonostante l’assenza di posizioni ufficiali, vari analisti sostengono che il processo di pace proposto dall’amministrazione Trump, e gestito dal suo genero Kushner, si baserà su una soluzione politica che comprenda due stati. Inoltre, secondo alcune fonti, Kushner vorrebbe arrivare a un accordo condiviso che preveda per Israele il divieto di nuovi insediamenti, ma il mantenimento di quelli già creati. Sul fronte palestinese, le trattative americane potrebbero vertere sui finanziamenti ai familiari dei detenuti per terrorismo, su una maggiore cooperazione con Israele in termini di sicurezza e sul riconoscimento internazionale. Fonti interne al parlamento israeliano, invece, avanzano delle ipotesi peggiori circa le condizioni che l’accordo statunitense imporrebbe alla Palestina: si tratterebbe, nello specifico, di istituire un’entità statuale palestinese senza continuità territoriale, con una “sovranità morale” più che effettiva, la rinuncia a Gerusalemme Est come capitale e nessun diritto al ritorno per i rifugiati. Sebbene le condizioni dell’eventuale accordo di pace tra Israele e Palestina non siano ancora ufficiali, appare chiaro che qualsiasi processo di mediazione debba incontrare anche il favore degli Stati arabi che supportano la causa palestinese. A tal proposito, il Principe Muhammad bin Salman ha intrattenuto vari colloqui con Kushner chiarendo che l’accordo tra Israele e Palestina riceverebbe l’avallo dell’Arabia Saudita. Come già spiegato, la priorità saudita nell’area è la creazione di un solido fronte anti-iraniano che comprenda anche Israele, motivo per cui per Muhammad bin Salman risulta più vantaggioso accettare un accordo sulla questione palestinese e normalizzare così i rapporti con Israele.