Swis Made:

illustrata al Centro Svizzero di Via Palestro la nuova legislazione svizzera sulla protezione dei marchi

 

 

 

I prodotti elvetici sono spesso considerati , a torto o a ragione  come sinonimo  di qualità e di affidabilità. Spesso sono associati, in tutto,  alla famosa croce rossa che li contraddisitngue per le caratteristiche sopra menzionate.

Finora però è stato difficile   difendere come necessario il valore del "marchio svizzero", ma anche la sua vulnerabilità dinnanzi agli abusi, in attesa di una miglior protezione legale.

Prodotti commercializzati in Germania come  "Prosciutto crudo dei Grigioni", la cui carne non è stata né prodotta né lavorata in quest’ultimo cantone o le marmellate "Mövenpick of Switzerland",sempre  prodotte da una società tedesca, in cui nessuna materia prima proveniva  dalla Svizzera oppure ancora Bel Swiss Bank, una banca bielorussa con sede a Minsk, tanto svizzera quanto il caviale che viene importato dalla Bielorussia.
Di esempi di questo genere ve ne sono ancora molti altri che sono stati  temi di dibattito per numerosi forum e mostre in tutta la svizzera.

Gli abusi e le contraffazioni  hanno costituito per decenni  un vero e proprio inganno dei consumatori e, oltretutto, hannno nuociuto  alla buona fama del marchio svizzero, dal momento che molti prodotti venivano venduti ,impropriamente, con questa etichetta non soddisfacendo i necessari  criteri di qualità.

Le aziende "parassitarie" hanno potuto approfittare finora delle carenze legislative nella protezione del marchio rossocrociato in quanto la legislazione svizzera disciplinava in modo molto generico le possibilità di impiego del marchio elvetico, lasciando quindi troppo spazio agli abusi, soprattutto al di fuori dei confini nazionali.
 

Non  esisteva infatti  alcuna distinzione tra le diverse categorie di prodotti che, a seconda delle loro peculiarità, avrebbero meritato una regolamentazione specifica. È lecito ad esempio immaginare che un formaggio, venduto come svizzero, debba essere prodotto impiegando latte nostrano. Per un bene industriale, fabbricato con materie prime nemmeno presenti sul suolo elvetico, il marchio svizzero si riferirà piuttosto alla tecnologia, al luogo di fabbricazione o ai costi di produzione.

Secondo uno studio condotto dal Politecnico federale di Zurigo e dall’Università di San Gallo, il marchio rossocrociato rappresenta un vero e proprio valore aggiunto: aziende e consumatori sono disposti a pagare fino al 20% in più per i beni provenienti dalla Svizzera.

Soltanto nei settori degli orologi, dei gioielli e del cioccolato, il "bonus elvetico" permette di realizzare un’eccedenza commerciale pari a 5,8 miliardi di franchi. Un importo che corrisponde a ben l’1% del Prodotto interno lordo.

"Per questa ragione","un numero crescente di aziende in tutto il mondo hanno cercato  di trarre abusivamente profitto da questo marchio di qualità, commercializzando prodotti che hanno poco o addirittura nulla a che vedere con la Svizzera".

Per colmare queste lacune, dando seguito a due postulati parlamentari, il governo federale ha ,finalmente, trasformato in legge ,dopo la preventiva approvazione delle Camere federali , il progetto legislativo "Swissness". La  Legge federale sulla protezione dei marchi e delle indicazioni di provenienza (Legge sulla protezione dei marchi, LPM) del 28 agosto 1992 (Stato 1° luglio 2011)non stabilisce soltanto le condizioni di impiego del marchio Svizzera, ma anche della croce elvetica e degli emblemi che tradizionalmente fanno riferimento alla Confederazione, come la balestra di Guglielmo Tell o il Cervino.

A parlarne, durante una conferenza stampa tenutasi, lo scorso 20 novembre, presso lo Spazio Eventi del Centro Svzzero di Milano,  il prof. Dr. Felix Addor, docente presso la facoltà di diritto dell’Università di Berna, il  prof. Marco Fortis, docente di Economia Industriale e Commercio Estero presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano e Vicepresidente della Fondazione Edison il dr. J.D. Pasche, Presidente Fédération de l’industrie horologère suisse e il dr. Franco Viviani, CEO Audemars Piguet Italia.

La revisione della legge sui marchi e sugli stemmi definisce in particolare quanta Svizzera debba contenere un prodotto, a seconda della sua categoria, affinché possa essere commercializzato con questa indicazione. Servirà quindi a gettare le basi per una migliore protezione del marchio elvetico anche a livello internazionale hanno spiegato i relatori. "Qualcosa che purtroppo non possiamo fare in Italia-ha dichiarato Fortis-in quanto facendo parte della UE , è vincolata ai vincoli e ai lacciuoli che la legislazione Europea impone ai paesi membri".

Della nuova normativa potranno trarrne beneficio in particolare i consumatori, le imprese di esportazione e il settore agricolo, dal momento che la modifica di legge prevede un aumento della domanda di materie prime svizzere. "Swissness" è però già ora combattuto da alcune aziende, che hanno ampiamente delocalizzato la loro produzione o che si servono del marchio elvetico pur avendo pochi legami con la Svizzera.

"La normativa  giunge , tuttavia, già  in ritardo , hanno dichiarato i relatori nella succesiva tavola rotonda che ha seguito il dibattito in quanto " più passano gli anni e più diventa difficile imporre una protezione del marchio svizzero in un’economia sempre più globalizzata. Da tempo, ad esempio, si produce più Emmentaler in Francia e in Germania, che non in Svizzera. Il prodotto agricolo svizzero più esportato all’estero soffre di una concorrenza straniera, che non intende affatto rinunciare a questa denominazione" "o "vengono venduti orologi con la croce svizzera fabbricati in Giappone" ha aggiunto Piguet.

"L’auspicio è dunque che la Legge che, comunque rappresenta un successo del sistema paese dopo ben 5 anni di iter parlamentare difficile e tortuoso e che ha dimostrato la volontà di trovare finalmente un intesa serva ,veramente, come deterrente per la protezione dei prodotti nazionali a testimonianza della qualità e della affidabilità degli stessi" ha, poi ,concluso ,nel suo intervento Massimo Baggi, Console generale della Svizzera a Milano.

a cura della redazione