Gianni Brera: L'abatino Berruti. Scritti sull'atletica leggera”

a cura di Sergio Giuntini

Chi non ha mai sentito parlare di Gianni Brera, il grande giornalista sportivo che ha dato anche il nome all’Arena Civica di Milano a lui appunto intitolata?.
Ebbene lo scorso  27 agosto 2009 è uscito in libreria il volume:

Gianni Brera “L’abatino Berruti. Scritti sull’atletica leggera” a cura di Sergio Giuntini
post-fazione di Paolo Brera.

Editore Book-time, Milano, 2009. Collana “I libri di Gianni Brera”
Costo: 18 euro

Un libro di 336 pagine, assolutamente da non perdere per tutti gli appassionati della nostra disciplina. “Ho puntato a far conoscere il primissimo Gianni Brera – ha commentato Sergio Giuntini, membro del Consiglio Direttivo della ‘Società Italiana di Storia dello Sport’ (SISS) e autore di svariati saggi storici (ricordiamo in particolare “Due secoli di Arena e grande atletica a Milano”, Milano 2007, presentato in occasione della Coppa Europa First League ospitata proprio sulla pista dedicata a Gianni Brera) – il giovane di 25-26 anni che inizia a scrivere di atletica senza averne un’approfondita conoscenza. Gianni Brera non è stato un giornalista e uno scrittore che si è occupato solo di calcio! L’atletica ha conosciuto la sua penna proprio quand’era agli inizi della sua carriera. Berruti è stato “abatino” prima di Rivera. Due personaggi sportivi molto affini tra di loro: entrambi piemontesi, entrambi con un fisico dalle doti muscolari poco evidenti, entrambi intelligenti e capaci di imporsi anche al di fuori dello sport. Anche la post-fazione di Paolo Brera, il figlio di ‘Gioanfucarlo’, riserverà ai lettori interessanti sorprese”.

Per riscaldare la vostra curiosità ecco alcune righe tratte dall’INTRODUZIONE di SERGIO GIUNTINI:

“…Eppure, agli inizi, fu davvero dura. L’atletica leggera, per ammissione dello stesso Brera, era allora uno sport che masticava poco:

Ho sopportato per un paio d’anni i sarcasmi degli atleti. Ho studiato atletica come per una tesi di laurea […]. Ero il cronista dapprima ignaro ma sufficientemente umile per ascoltare chiunque mi potesse insegnare qualcosa. Venivo dal calcio, dal pugilato e dal paracadutismo. E’ quasi ovvio che io ricordi con profonda gratitudine tutti coloro che mi hanno insegnato a capire lo sport più sinceramente umano e dunque più ricco di fascino.

Brera imparava d’altro canto in fretta: e in questa erudizione accelerata gli fecero da guide Giorgio Oberweger, Giovanni Guabello, Fulvio Regli, Paavo Karikko, Alceo Moretti, Renato Tammaro, Sandro Calvesi e Bruno Zauli, il presidente della Federazione Italiana d’Atletica Leggera (FIDAL) dal 1946 al 1957, che compare persino in testa al lungo elenco di dediche breriane apposte alla sua celebrata “Storia critica del calcio italiano”. Tant’è, non è un caso, che Zauli risulti il primo grande dirigente dello sport italiano intervistato da Gianni Brera. Accadde il 16 novembre 1945, consegnando quel botta e risposta al pezzo “La discussione è aperta sul futuro assetto della FIDAL”. Per Brera si trattava, dall’agosto ’45, del diciannovesimo articolo firmato per la “rosea”. E in totale sino al 31 dicembre, in quei suoi neanche cinque mesi da “apprendista” alla “Gazzetta”, ne produrrà altri cinque: un’ulteriore cinquina interamente atletica, inframmezzata da un’unica divagazione, il 7 novembre 1945, che porta la stravagante titolazione di “Dialoghi d’oltretomba e altre romantiche istorie”. Il debutto calcistico isolato, su “La Gazzetta dello Sport”, di “Gioannfucarlo”. Per il resto, tanta e tanta atletica leggera. Ventiquattro articoli delle “origini” che rappresentano, crediamo, uno dei punti di forza di questa raccolta. Un’opportunità per un nuovo vaglio storico-filologico, attraverso cui ricostruire con maggior puntualità documentaria le fasi formative del giovin-Brera. Interventi per lo più cronachistici, venendo inviato a seguir corse, salti e lanci a Saronno in luogo di Lomazzo; a raccontare campionati lombardi, dell’Alta Italia, di II e III Serie, ma dai quali, già, traspaiono squarci della sua personalità critica e della sua straordinaria verve linguistica.
Sprazzi creativi di quel vocabolario e di quell’onomastica che, più avanti, lo renderanno famoso al pubblico e studiato pure dagli accademici con la puzza sotto il naso: anfanare (per non aver più fiato), intozzarsi (per ricadere malamente nella buca del lungo o su uno dei balzi del triplo), biascica-giri (per i fondisti dei 10.000), “tramaglietti da strada” (per i podisti impenitenti), snaticare (per l’ancheggiare “sinuoso” dei marciatori), ciabattare, spantanare, scapitozzarsi, ecc. E ancora: Ettore Padovani – “Il campagnolo volante”; Mario Romeo – “Calva juventus”; Giuseppe Pratesi – “Il ciampicone”; Tarcisio Pessi – “La jeep delle strade lombarde”; Pietro Cabra – “Il Latilineo”; “Pedar” Broglia da Pavia. Un’annata atleticamente eroica, quella del ’45. L’avvio di una complessa ripresa sportiva che vedrà il giornalista e scrittore di San Zenone Po divenire via via uno dei più convinti sostenitori delle sorti del nostro movimento atletico. “Brera accompagnò in prima persona – ha rimarcato Augusto Frasca – i tempi incerti e meravigliosamente difficili dell’atletica italiana del Dopoguerra. Per intendersi gli anni di Oslo 1946, di Londra 1948, di Bruxelles, Helsinki e Berna. Con l’ardore di un amante e le capacità di un maestro”. Passaggi-chiave che, in larga parte, il lettore potrà riassaporare sfogliando le prossime pagine. Ma non basta: Gianni Brera, come si suol dire, ci mise anche la “faccia”. Non si preoccupò di “sporcarsi le mani” con l’atletica leggera. Ci si riferisce alla stagione, 1953-1956, da Consigliere Nazionale della FIDAL: un inusuale impegno militante – con Zauli alla presidenza – affianco d’un gruppo dirigente che comprendeva i vari Giuseppe Alberti, Elio Buldrini, Francesco Diana, Bruno Grassetto, Luciano Longhi, Dante Martino, Ottavio Massimi, Antonio Mollichelli, Giosuè Poli, Ferruccio Porta, Gaetano Simoni. …

…..E per quel che attiene ancora all’atletica leggera, volle accanto a sé un collaboratore fidato, un’autorità assoluta in materia: il bresciano di Cigole Alessandro Calvesi. Tecnico di lungo corso, il suo apice Calvesi lo colse alle Olimpiadi di Tokio (1964) allorché piazzò tre finalisti nella gara dei 110 ostacoli (Eddy Ottoz, Giovanni Cornacchia, Giorgio Mazza) e due in quella dei 400 ostacoli (Salvatore Morale, Roberto Frinolli). Senza trascurare le vittorie conquistate nei campionati d’Europa con Armando Filiput (1950), Morale (1962), Frinolli (1966), Ottoz (1966-1969). Lo spessore della suo opera verrà riconosciuto sinanche in ambito internazionale, assumendo la carica di presidente dell’Associazione europea degli allenatori d’atletica leggera, e svariati ostacolisti esteri intesero avvalersi delle sue metodiche recandosi in devoto pellegrinaggio all’Università delle barriere basse e alte di Brescia: i transalpini Jean-Claude Nallet e Guy Drut, l’olandese Harry Shulting, il finlandese Arto Bryggare, l’inglese Alan Pascoe.
Ecco dunque l’humus fertile, abbeverandosi anche al prezioso sapere tecnico di Calvesi, nel quale fioriscono alcuni dei più riusciti articoli consegnati da Brera all’atletica leggera. Qui ne rintraccerete una acconcia cernita olimpica, ma piace suggerirne d’acchito uno, di domenica 4 settembre 1960, che nella storia breriana riconferma fattualmente il “filo rosso” intercorrente tra atletica e calcio. Con questi tocchi, egli cesellava la vittoria di Livio Berruti ai Giochi di Roma:

Furono dieci secondi così tormentosi da stupirmi ancora adesso di averli potuti superare. Infine scorsi il filo di lana tendersi sul suo petto: e Berruti cadere. E forse baciare la terra; e il pubblico urlare per lui che aveva vinto. Carney gigantesco negro d’America, l’ha spuntata su Seye, un negro del Mali che corre per la Francia. Il bianco Fojk è quarto. I negri Johnson e Norton a chiudere la marcia ma sotto i 21”. Tutto il fior fiore dello sprint battuto in breccia da un ragazzino italiano di 21 anni, un abatino settecentesco con l’erre arrotata, un farmacista…ah, per Dio.

Come volevasi dimostrare, l’abatino-Berruti precede l’abatino-Rivera. Di nuovo l’atletica leggera apre la strada al football, fornendo i materiali che l’inesauribile fucina inventiva di Brera riverserà successivamente nelle cronache dello sport più popolare tra gli italiani. Un primato cronologico difficilmente contestabile, poiché, cedendo il passo ai linguisti, di questo termine che diverrà famoso una volta affibbiato al “Golden boy” di Alessandria, inizierà ad occuparsi lo studioso Luciano Graziuso su “Lingua Nostra” solo un quinquennio dopo, nel 1965.
E infine l’ultimo Brera: quello dei giorni a “la Repubblica”. Il Brera atletico di Carl Lewis “Figlio del vento”. Di “Turbodiesel” Francesco Panetta: un “calaber” che lo entusiasmava saltando le siepi. Di Pierfrancesco Pavoni: “Negro bianco della velocità”. Dei Mondiali a Roma, nel 1987, seguiti seduto vicino all’amico del cuore Ottavio Missoni. Altre pagine memorabili: parole, commenti e critiche alla Gianni Brera. Indimenticabile cantore atletico che, da quando il 5 giugno 2002 gli hanno dedicato l’Arena napoleonica di Milano, continua ad andarvi a veder correre, saltare lanciare nascosto su su, negli ultimi gradoni del Pulvinare, accanto agli altri suoi vecchi compagni d’un tempo: Consolini, Tosi, Oberweger, Zauli, Lanzi, Alberti, Calvesi… Per ritrovarlo e scambiare quattro chiacchere sui talenti emergenti, basta scorgere la sottile striscia di fumo d’una pipa antica che sale verso l’alto, verso quel ch’è rimasto del suo caro cielo lombardo. “

G.C."
E allora buona lettura a tutti!
A cura della redazione